venerdì 22 agosto 2008

Quarantanovesimo Capitolo

"Chi non stima la vita, non la merita".
L. DaVinci

Da "Un uomo"
Io sono un uomo
non so se hai presente un uomo
quello creato il sesto giorno prima delle ferie
quello che in molti vorrebbero fatto in serie
quello che ormai si sa quasi tutto
genetica mente simile al maiale
quello dagli altri uomini diverso ma uguale
quello che si riunisce con i parenti a natale
quello educato, inscatolato
da mille telecamere 24 ore al giorno controllato
quello con il suo angolo segreto
dove sfogare le sue frustrazioni
quello pieno di limiti e limitazioni
che si redime bruciando nel fuoco delle passioni.

Io sono un uomo
non so se hai presente un uomo
ma che bella sensazione mi dà
allentare la mia rigidità
essere un essere umano soltanto
nel riso nel pianto e negli sbagli miei.

Io sono un uomo
non so se hai presente un uomo
quello che istintivamente
teme per la sorte dei suoi cari
che si caccia sempre in brutti affari
sdraiato sull'erba guarda passare le nuvole
e prova un senso di stupore di fronte al creato
di cui teoricamente lui è l'essere meglio riuscito
di cui teoricamente lui è l'essere più evoluto
che ama la libertà ma si appassiona ai divieti

Puoi trovarmi nel centro di Milano
dentro una caverna o sopra un aeroplano
ansiogeno misogino dentro a un lacrimogeno
oppure intento a scindere l'atomo di idrogeno
in una fila di macchine davanti a una puttana
o a casa di mia suocera nel fine settimana
a sfogliare riviste di moda tra attrazione e rabbia
a spalmarmi creme a fare castelli di sabbia
in ginocchio di fronte a un amore finito
al sicuro nascosto dietro al mio dito
bello come il sole in una mattina di primavera
rimesso in discussione già quando arriva la sera

E sono ogni fiore che ho annusato
ogni occhio che ho incrociato
ogni cibo che ho mangiato
ogni libro che ho interrotto
ogni giocattolo che ho rotto
ma anche di più
molto di più di questo.
Qualcuno sa come va a finire la vita?

mercoledì 20 agosto 2008

Quarantottesimo Capitolo

"Coltelli da cucina"

Una ragazzina in casa con in mano un coltello, quante volte la sua mami lo maneggia le prepara da mangiare ma lei mica è contenta, anzi la odia, le impedisce di uscire e di frequentare il ragazzo incontrato a scuola, non la sopporta, non la regge un istante, 16 anni sulla carta e più di 30 tra le gambe. A quell'età è facile scambiare l'apprensione di una madre in un ostacolo addolescienziale, ogni divieto le sembra una punizione, accresce la sua rabbia chiusa in camera per ore e alle sue spalle il primo colpo alla nuca la seconda coltellata e la sua schiena che poi buca e i ricordi di sua madre non li ha spenti; tra 20 anni la vedrà guardandosi allo specchio tra i suoi lineamenti.

Stanotte io mi perdo nella stanza della morte, la morte.
Tieniti forte, benvenuto nella stanza della morte, la morte.

Lui le fa l'ennesima scenata di gelosia, lei minaccia di prendersi il figlio e di andarsene via, un'altra coppia che è in crisi da tempo, lui sono diversi mesi che sospetta un tradimento, non la sopporta, non la regge un istante, ha l'immagine di un altro che la sfiora tra le gambe, apre il cassetto ed estrae quel coltello, la gelosia porta a pazzia senza manco volerlo, non si capisce cosa scatti nel cervello sta di fatto che lei grida, lo implora di stare fermo, l'afferra per un braccio; è scioccata perchè lui di agire e non ne aveva avuto mai il coraggio, puttana, coltellata sotto al mento e preme fin che tra la carne non sparisce quella lama, con quel gesto uccide lei e un'altra vita in parte, quella di suo figlio che la guarda sangue del suo sangue.

Stanotte io mi perdo nella stanza della morte, la morte.
Tieniti forte, benvenuto nella stanza della morte, la morte.

La sua bambina è nella culla che non smette di strillare, lei piena di psicofarmaci non la riesce a calmare, ha il complesso d'essere una cattiva madre, quel suo piangere giustifica il pensiero che l'assale, non la sopporta, non la regge un istante, si dispera e guarda il coltello appoggiato sulle gambe, alterna attimi d'amore per una figlia adorata, con l'odio perchè è il motivo per cui il suo uomo l'ha lasciata; un colpo secco al cuore e ora la bambina, non strilla più e il sangue macchia la sua copertina, per un secondo gode del silenzio, segue un groppo in gola e si rende conto del suo gesto, in preda al panico tenta di rianimarla, urla di dolore mentre poi continua a coccolarla, chiama la polizia, trema dicendo che hanno ucciso la sua bambina ma giura, ''non è colpa mia''

Un coltello nel cassetto, arma letale, complice perfetto per un dramma familiare, uno strumento che di fondo sembra unisca le persone, una cena insieme, macchie di sangue sull'amore.

lunedì 11 agosto 2008

Quarantasettesimo Capitolo

"Alcuni dicono che il tempo sana tutte le ferite. Io non sono d'accordo. Le ferite rimangono. Col tempo, la mente, per proteggere se stessa, le cicatrizza, e il dolore diminuisce, ma non se ne vanno mai."
Rose Kennedy

Il destino è questo: divertente e maledetto. E' un camion che impazzisce e attraversa la strada. E ti si para davanti. Un istante per la vita. Una vita che passa in un istante.
Un Giuseppe era su una di quelle vetture.
Eri lì Giuse. Eri lì, hai fatto una vita sana, ti tenevi controllato. Avevi anche smesso di fumare da qualche anno e facevi jogging tutte le sere per tenerti in forma.
Avevi due figli, una di 8 e uno di 9 anni. Gli volevi bene a quelle due pesti. Lui voleva fare il calciatore ed era contentissimo quando lo hai portato a vedere la sua prima partita. Lei era più signorina e voleva fare la stilista.
Stavi su quella strada per lavoro, eri incasinato e di fretta, stavi riorganizzando il discorso per quell'ultima riunione prima di andare in ferie. Pochi giorni ancora.
Ma pensavi ai tuoi due bambini. E il sorriso dei tuoi figli ti è passato negli occhi. Poco prima di quel camion.
L'autoradio passava la "Sonata in chiaro di luna". Era il cd che ti aveva regalato tuo padre. Lo sentivi sempre quando volevi concentrarti. E avevi i brividi.
La dolce estate era già cominciata e sorrideva vicino a te.
Tua moglie era appena uscita a fare la spesa. Ti aveva comprato quei biscotti che adori. Uno sfizio per la colazione di domani. Era indaffarata e pensava a ieri, quando avevate litigato per quella sciocchezza. E che stamattina non ti aveva neanche dato un bacio sulla guancia per salutarti. Era arrabbiata con te, Giuse. Ma che le avevi fatto? Poco importa ormai.
Era tutta qui la tua vita. Piccola e fatta di cose piccole. Immense per le persone che ti amano. E tu lì. In quel pezzo dei autostrada. E poi il camion. E quella frenata. Inutile. E poi il buio.

Il racconto in realtà è assolutamente inventato. Ma non voglio dire che sia falso. Quelle persone avevano una storia. Magari diversa da questa. Ma avevano una storia.
Nella tristezza e nel'ineluttabilità del destino, traiamo forza. La forza di guardare fieri quel sorriso beffardo e maledetto.

lunedì 4 agosto 2008

Quarantaseiesimo Capitolo

"Soldati"

Si sta come d'autunno
sugli alberi
le foglie.

G.Ungaretti
Bosco di Courton, luglio 1918

domenica 27 luglio 2008

Quarantacinquesimo Capitolo

"Tra l'idea e la realtà, tra la motivazione e l'atto, cade l'ombra. Tra il desiderio e lo spasimo, fra la potenzialità e l'esistenza, fra l'essenza e la discesa, cade l'ombra. Questo è il modo in cui il mondo finisce."
T.S. Eliot

Tra le pieghe dell'animo, tra gli sguardi indiscreti, tra le memorie lontane giace assopita l'altra metà di noi. Feroce, aggressiva, tenace e violenta. Tutto quello che non siamo e che non vorremmo essere. La voglia di uccidere, ferire, fare del male, di urlare, di distruggere il creato e sotterrare i propri odiosi vincoli.
Al diavolo la società, il buon senso, il dovere civile. Noi con e tra le nostre violenze.
Superare la linea d'obra, quel filo di rasoio sottile e pericoloso e tagliente che ci separa da una vita onesta ad una violenta. Quel filo che ci separa dal sangue.
Nella tragedia di quel momento, che dura quanto uno sbatter di ciglia, lì si condensa tutto il libero arbitrio dell'uomo, la sua capacità di scegliere. Un istante per decidere chi siamo e chi vorremmo essere. Un istante per attraversare una volta per tutte la linea d'ombra. Per una sola volta. E sapere di non poter mai più tornare indietro.

Sapremo allontanare quell'istinto?
Saremmo anche noi assassini se non deviassimo l'impulso?

sabato 5 luglio 2008

Quarantaquattresimo Capitolo

Il vampiro, inutile negarlo, durante l’ormai sua ultracentenaria esistenza letterale, ha ispirato tutti i campi dell’arte. E' il binomio sangue e vita eterna forse. O è merito della notte. Chissà.

Ma come per tutti i miti, confondere fantasia con realtà diventa spesso una tappa obbligatoria.
Io mi sento comunque di appoggiare la tesi di Andrea Pellegrini. Vi è un fondo di verità nell’esistenza del vampiro.

La principale ispirazione dello scrittore irlandese Bram Stoker (tra l’altro in giovane età ricercatore medico) e dei suoi adepti, è una rara malattia del sangue trasmessa generalmente per cause ereditarie: la Porfiria, una sindrome clinica.

I principali sintomi sono una fortissima anemia (da qui il classico pallore dei vampiri) e la fotosensibilità alla luce. La pelle, se esposta al sole si ustionerebbe favorendo lo sviluppo di bolle e cisti.
Altra insolita e bizzarra caratteristica di questa malattia è l’eritrodonzia, disturbo che colora i denti di un colore fosforescente, facendo così suggerire un’ allungamento spropositato dei medesimi, anche grazie ad una retrattilità delle gengive.
Il malato di Porfiria non può assolutamente mangiare aglio, e nei casi più estremi nemmeno toccarlo. Questo perché l’aglio nei malati di Porfiria esalta le tossine presenti nel sangue e fa peggiorare notevolmente la malattia.

Inoltre abbiamo rachitismo degli arti, in particolare delle mani (aggravato tra l’altro dalla mancanza di contatto alla luce del Sole) facendo così prendere alla mano umana una forma bestiale. Il sistema nervoso, dopo quello circolatorio, è il secondo bersaglio di questa malattia.
Un malato di Porfiria infatti, può occasionalmente avere forti disturbi neurologici seguiti da una forte paralisi che lasciava il soggetto in uno stato di catalessi anche per giorni simile alla morte.

I famigliari dei malati di Porfiria, credendo di fare il bene del proprio caro, lo invitavano insistentemente a bere sangue per ovviare il pallore e la malattia in generale.
Questo però, contrariamente a ciò che si sperava di ottenere, non solo metteva in pericolo il malato esponendolo ad altre malattie, ma scatenò l’azione della Chiesa che inquisì tutti i malati di Porfiria perché nella mentalità medievale, vedere una persona mortalmente pallida bere il sangue ed evitare il Sole e quindi Dio era la perfetta incarnazione del Demonio.

Ma possiamo trovare anche associazione tra il virus della Rabbia ed il vampiro, perfetta quasi quanto la Porfiria.
Oltre alla paralisi, il soggetto è iperattivo, quindi non dorme favorendo così un’innaturale vagabondaggio,è inoltre estremamente aggressivo e non solo attacca e morde altri esseri vivente, ma scaglia la propria pazzia anche contro oggetti inanimati.
Da dire inoltre che tale soggetto è propenso ad una forte sovreccitabilità, ed infatti da qui vi è la prorompente forza sessuale del vampiro letterario per esempio di Le Fanu.
In alcuni soggetti è stata anche diagnosticata paura ed intolleranza alla luce del Sole e anche l’eisoptrofobia, che è il forte disagio nel vedere la propria immagine riflessa.

Credete ancora nelle favole? No? Davvero? Peccato. A volte, ma solo a volte, la realtà supera la fantasia. Non ci credete?
Peccato. Ma attenti. Queste sono notti di luna piena...


mercoledì 2 luglio 2008

Quarantatreesimo Capitolo

"Ogni sorso di liquore che tu bevi uccide mille cellule del cervello. Già ma questo non importa, perché ne abbiamo miliardi di altre che se ne stanno lì.
Prima muoiono quelle della tristezza, per cui ti fai una gran bella risata.
Poi se ne vanno le cellule della calma, e così tu inizi a parlare a voce molto alta, anche se non hai nessun motivo per farlo.
Ma questo va bene perché le cellule stupide se ne vanno subito dopo, così dici solo cose vere e intelligenti.
E alla fine, solo alla fine, tocca alle cellule della memoria. E quelle sì che sono figlie di puttana dure a morire..."
Da "La leggenda di Bagger Vance".
Per tutti quelli che hanno perso lo swing. Per quelli che non lo ritrovano. Per chi c'era e c'è ancora.
E per chi ha qualcosa da dimenticare.

venerdì 27 giugno 2008

Quarantaduesimo Capitolo

Estratto da "Invito al viaggio" - C.Baudelaire

Ti invito al viaggio
in quel paese che ti somiglia tanto.
I soli languidi dei suoi cieli annebbiati
hanno per il mio spirito l'incanto
dei tuoi occhi quando brillano offuscati.
Laggiù tutto é ordine e bellezza,
calma e voluttà.
Il mondo s'addormenta in una calda luce
di giacinto e d'oro.
Dormono pigramente i vascelli vagabondi
arrivati da ogni confine
per soddisfare i tuoi desideri.

Le matin j'écoutais
les sons du jardin
la langage des parfums
des fleurs.

giovedì 19 giugno 2008

Quarantunesimo Capitolo

"Senza immaginazione, la paura esisterebbe?"
Sir A.C.Doyle

Questa è per le fobie. Fobie del buio, del vuoto, della folla e di cadere. Hanno nomi strani e si accompagnano a sensazioni quantomeno sgradevoli. Ma sono nostre, ci delimitano e ci delimiteranno fino alla morte.
La mia si chiama agorafobia. Le fobie sono ataviche scorie di una vita non più mia, mi prendono alla gola e stringono. Io, immobile, respiro a fatica la cenere degli anni. Ma, ineluttabilmente, non riesco a vincere, e il respiro mi abbandona. E si tramuta in un sospiro.
E voglio scappare, lontano anni luce, mille miglia, scappare nei secoli, ma in un battito di ciglia mi ritrovo lì, faticando ancora a prender fiato. E mi sento imprigionato e allora ecco che esplode il caldo dentro, ecco che la pressione sale e il battito del cuore si infiltra lungo le mie vene fino all'angolo più recondito di pelle. Sudo. Non riesco a distrarmi. Non una parola.
E la realtà si distorce, cambia, si flette e si raddrizza, si piega su se stessa, e poi si spezza.
E poi, buio.

E quali sono le vostre fobie?

domenica 15 giugno 2008

Quarantesimo Capitolo

Nel 1940 New York piomba nel caos e nella paura a causa di un dinamitardo folle, soprannominato Mad Bomber dalla stampa, che manda messaggi minatori alla nazione. Dopo 16 anni di indagini pressochè inutili che finiscono in un vicolo cieco, la polizia chiede l'aiuto di uno psichiatra, il primo profiler dell'era moderna, il dottor James Brussel. Dopo qualche mese per condensare le idee, il dottor Brussel delinea il profilo del dinamitardo ipotizzato secondo il modus operandi, il tono delle lettere mandate ai giornali, la perizia grafica, la vittimologia.
Brussel conclude che l'attentatore è di mezza età, di religione cattolica e originario dell'Europa Orientale, che un tempo lavorava per un'azienda che aveva fatto saltare in aria, che abita nel Connecticut, e che probabilmente ora abita con fratelli o sorelle, che ha gravi problemi al cuore e che al momento dell'arresto il dinamitardo indosserà un doppiopetto scuro abbottonato.

Quando gli investigatori arrivano a George Metesky il 20 gennaio 1957 si accorgono che possiede tutte le caratteristiche descritte dallo psichiatra, tutte. Per filo e per segno. E che indossa un gessato in doppiopetto, abbottonato.

Quanto si può conoscere una persona? E quante volte capita a noi di fare un profilo delle persone che conosciamo? Quante volte riusciamo a leggere in anticipo le mosse di chi ci circonda?
Quante volte giocate una mano con una coppia di cinque? Quando "bluffate"?